La Società Generale di Mutuo Soccorso, sotto l'egida del Comune di Vicenza, Assessorato alla Cultura – Giovani – Turismo, propone MISSING FILM FESTIVAL. L' iniziativa va a ricercare quelle opere, e sono veramente tante, che per vari motivi non riescono ad arrivare al pubblico e condannate perciò a un oblio rapido quanto immeritato. VICENZA MISSING FILM FESTIVAL dovrà ritagliarsi uno spazio di tutto rispetto perlomeno a livello regionale, ampliando le proposte e trovando sinergie con mostre, convegni e altri Eventi. Questa edizione presenta una serie di grandi film, girati a Vicenza e provincia, che sono praticamente scomparsi dai palinsesti televisivi e che, in tre casi su sei, non sono disponibili in supporti home video. “Uomini contro” è addirittura scomparso alla sua prima uscita nelle sale nel 1970, vittima dell’ostracismo dei comandi militari che non hanno gradito il modo con cui il film, levando via le incrostazioni retoriche depositate nei capitoli dei libri scolastici riguardanti il conflitto 1915-18, ne ha descritto le insicurezze e le inettitudini che portarono al disastro di Caporetto. Un film che intere generazioni di vicentini non hanno visto e che va quindi recuperato assieme agli altri in programma dall'1 al 6 settembre. Informiamo che i film di martedì, giovedì e sabato saranno preceduti da “APERITRAILER” alle ore 20:30, golosa anticipazione di quanto vedremo a Cineforum Odeon e al FilmStudio.
Appuntamento quindi al cinema ODEON. Il costo del biglietto è fissato in € 3.00 intero, € 2.00 ridotto. Per qualsiasi informazione è aperta la segreteria della Società Generale di Mutuo Soccorso, tel.0444.546078.
Qui di seguito il programma completo:LUNEDÌ 1 SETTEMBRE ORE 21,00PICCOLO ALPINO, di Oreste Biancoli, Italia 1940, con Elio Sannangelo, Filippo Scelzo, Mario Ferrari, Cesco Baseggio, Lamberto Picasso, Giuseppe Addobbati, Ernesto Almirante, Mario Artese, Franco Barci, Annibale Betrone
Poco prima della dichiarazione di guerra dell'Italia nel 1915 un bambino, appassionato di montagna, perde il babbo in una escursione alpina nel quale lo ha seguito. Intanto scoppia la guerra e il fanciullo vuole seguire al reggimento il proprio salvatore. Durante una avanzata, però, egli viene smarrito e, caduto in mano degli austriaci, fugge dell'orfanotrofio in cui è custodito. Fa amicizia con un coetaneo e i due decidono di passare a nuoto il Piave per ritornare nelle nostre linee. Riescono nella impresa ma il piccolo amico del protagonista non sopravvive alla fatica. Intanto il babbo di lui, che era stato salvato dalla montagna e trasportato in una clinica svizzera, ritorna all'improvviso per prendere il suo posto di ufficiale al reggimento. La gioia del ragazzo è accresciuta dall'annuncio dell'armistizio e della vittoria. Per tutti i suoi atti di valore egli è decorato. Dal romanzo di Salvator Gotta (1926) . La prima parte del film è buona la seconda molto di meno. Protagonista è Ennio Sannangelo, la cui recitazione segue le sorti del film, da prima vivace e spontanea, in seguito diventa sbandata e alquanto declamatoria. L'ambiente degli alpini è reso con vivo senso della realtà e con piacevole umorismo, ci si sente la mano di uno che se ne intende e ricorda le scene migliori di "scarpe al sole" (...)". (A. Frateili, "La tribuna", 3/12/1940)
IN COLLABORAZIONE CON LA CINETECA DEL FRIULI
MARTEDÌ 2 SETTEMBRE ORE 20,30
APERITRAILER: I TRAILER DEI FILM CHE VEDREMO ACINEFORUM ODEON E FILMSTUDIO
E, di seguito, alle ORE 21,00
PICCOLO MONDO ANTICO, di Mario Soldati, Italia 1941, con Alida Valli, Massimo Serato, Ada Dondini, Annibale Betrone, Mariù Pascoli, Giacinto Molteni, Elvira Bonecchi, Enzo Biliotti, Renato Cialente, durata 107 minuti.
Franco e Luisa, nella Lombardia degli anni Cinquanta del 1800, si sposano contro il volere della nonna di Franco, nobile signora che vive in una ricca villa sulla riva del lago. Franco viene diseredato e il padre di Luisa, un piccolo funzionario dell'impero asburgico viene licenziato per intervento della nobildonna presso il governo austriaco. In seguito ai moti rivoluzionari del risorgimento, Franco lascia la moglie per raggiungere gli italiani e, durante la sua assenza, la piccola Ombretta, la bambina che i due hanno avuto, annega giocando in riva al lago dove la madre si era recata per avere un confronto con la marchesa. Luisa si chiude nel suo dolore, dando l'impressione di voler quasi incolpare il marito della perdita subita. I due coniugi si riappacificheranno quando Franco partirà alla volta della Crimea, per raggiungere i piemontesi in guerra, mentre la nonna deciderà di restituire il patrimonio al nipote. Il più solido romanzo dello scrittore vicentino Antonio Fogazzaro trova in quel narratore di vena fluida che era Mario Soldati una persuasiva traduzione per immagini. Secondo Alberto Spaini, profondo conoscitore del mondo fogazzariano, i sentimenti fondamentali del romanzo non sono stati traditi nel film e “risultano non tanto da precise battute di dialogo, quanto dai mezzi espressivi più tipici di cui dispone il cinematografo, i movimenti e i gesti, il loro tempo, gli intervalli di silenzio e di immobilità, lo scendere sui personaggi di una luce sempre più cupa, che lentamente li imprigiona.”
IN COLLABORAZIONE CON LA FONDAZIONE CENTRO SPERIMENTALE DI CINEMATOGRAFIA – CINETECA NAZIONALE
MERCOLEDÌ 3 SETTEMBRE ORE 21,00
SENSO, di Luchino Visconti, Italia 1954, con Massimo Girotti, Rina Morelli, Farley Granger, Alida Valli, Christian Marquand, Tino Bianchi, Ivy Nicholson, Sergio Fantoni, Mimmo Palmara, Marcella Mariani, Tonio Selwart, Franco Arcalli, Nando Cicero, Goliarda Sapienza.
Nel 1866 una contessa veneziana, Livia Serpieri, si innamora di un ufficialetto austriaco e gli dà del denaro perché si faccia riformare. Gli italiani sono intanto sconfitti a Custoza: fra essi, combatte un marchese parente stretto di Livia. L’austriaco si stanca dell’amante, urlandole in viso il suo disprezzo. Smascherato e accusato di diserzione, viene fucilato. Da un racconto di Camillo Boito, uno dei capolavori di Luchino Visconti che vi riesce a conciliare visione critica della storia e gusto del melodramma, passione estetica e chiarezza razionale, Verdi e Bruckner, innata vocazione decadentistica e ideali progressisti. Al di là di alcune forzature ideologiche e psicologiche, scandito da un'ammirevole coesione cromatica e scenografica (fotografia di G.R. Aldo, che morì durante le riprese e vinse un Nastro d'argento postumo, e R. Krasker), è un dramma di lussuria e di morte che si sviluppa con l'implacabile necessità di una tragedia romantica che trova nell'epilogo l'impietosa sconfessione del proprio romanticismo. Un capolavoro del cinema italiano, il film forse più congeniale all’autore e certamente, con La terra trema, il più bello, per la felice fusione raggiunta, in un melodramma realista nella più viva tradizione verdiana, fra la vicenda narrata e la concretezza, l’immediatezza dello sfondo storico risorgimentale, per la prima volta fatto rivivere in termini estranei alla magniloquenza oleografica delle celebrazioni ufficiali. Uno dei più bei film italiani: una specie di grande cineopera dai colori fastosi ed espressivi, che s'apre con un omaggio a Giuseppe Verdi: la rappresentazione d'una sua opera dà origine a manifestazioni italiane contro gli austriaci. L'aristocratico Visconti dà un quadro crudele di un'aristocrazia corrotta e decadente (il suo ufficiale austriaco è ignobile, la sua contessa miseramente avvilita dalla passione); ma illumina al tempo stesso gli aspetti positivi del Risorgimento, e della lotta per la liberazione nazionale, vedendone le contraddizioni di classe.
IN COLLABORAZIONE CON LA FONDAZIONE CENTRO SPERIMENTALE DI CINEMATOGRAFIA – CINETECA NAZIONALE
GIOVEDÌ 4 SETTEMBRE ORE 20,30
APERITRAILER I TRAILER DEI FILM CHE VEDREMO A CINEFORUM ODEON E FILMSTUDIO
E, di seguito, alle ORE 21,00
UN TRANQUILLO POSTO DI CAMPAGNA, di Elio Petri, Italia 1968, con Franco Nero, Vanessa Redgrave, Georges Géret, Gabriella Grimaldi, Rita Calderoni, Madeleine Damien, Camillo Besenzon, Renato Lupi
Leonardo è un pittore pop. Celebre. Pagatissimo. Divide con lui il successo Flavia che, oltre a dargli l’amore, gli amministra abilmente e coscienziosamente le finanze e il lavoro. Questa oppressione e l’inaridimento creativo che ne deriva, provocano in Leonardo una cupa nevrosi. Nella speranza di vincerla e di ritrovare il suo estro, lascia Milano, per rifugiarsi nella quiete delle dolci colline venete, in “un tranquillo posto di campagna” dove acquista un’antica villa palladiana. Per lui, però, quella quiete bucolica è solo apparenza; gli incubi, i demoni se li è portati con sé e addirittura prendono forma di fantasmi dapprima evanescenti e impalpabili, poi sempre più esatti e precisi: Wanda, una bellissima ragazza, padrona anni prima della villa palladiana, morta durante la guerra in seguito a un mitragliamento aereo. Leonardo, che insegue disperatamente, senza più trovarla, la bellezza, proietta questa sua angosciosa ricerca nel fantasma che immagina splendente di ogni attributo femminile. Per accostarlo, per dargli forma, Leonardo cerca di ricostruire, sul luogo, i ricordi terreni di Wanda. Avvicina quelli che li hanno conosciuti, va addirittura a Venezia per incontrare la madre, una vecchia dama sepolta in mezzo ai ricordi di un passato decadente e funerario, e a poco a poco scopre che Wanda era più o meno una ninfomane, ed era morta non in seguito ad un mitragliamento aereo, ma perché uno dei suoi amanti ancora adesso amministratore alla villa, l’aveva uccisa avendola sorpresa con un altro. La rivelazione rende anche più teso e furioso l’amore di Leonardo per il fantasma, esacerbando l’avversione che già nutriva per Flavia e le sue pianificazioni artistiche e sentimentali; la sua avversione provoca, di conseguenza, l’avversione del fantasma per la donna, che si manifesta attraverso torvi tentativi di omicidio, quasi il fantasma sia geloso dell’esistenza stessa della donna. Raccogliendo in sé i sentimenti del fantasma, Leonardo si perde in un incubo atroce in cui, per avere Wanda, immagina di uccidere Flavia, quindi precipita nella pazzia più furiosa. Lo chiudono in manicomio, qui soggiacerà nuovamente alle pianificazioni di Flavia e produrrà quadri in serie, come se l’avessero sottoposto ad una catena di montaggio, desolato operaio di un’arte in cui non ha trovato la bellezza e che ora continua a dargli gloria e ricchezze…..Film sulla pittura, sulla ricerca disperata della bellezza perduta, sulla morte dell'arte, sui rapporti tra arte e realtà, “... è prima di ogni altra cosa un giro di boa tecnico: di tecnica narrativa, di montaggio, di ritmi, di effetti speciali, di fotografia. Senza l'esperienza maturata sarebbero forse impensabili i successivi film...” (A. Rossi).
IN COLLABORAZIONE CON LA FONDAZIONE CENTRO SPERIMENTALE DI CINEMATOGRAFIA – CINETECA NAZIONALE.
SI RINGRAZIA IL COMUNE DI VERONA PER IL CONTRIBUTO AL RESTAURO DEL FILM
VENERDÌ 5 SETTEMBRE ORE 21,00
GEPPO IL FOLLE, di Adriano Celentano, Italia 1978, con Adriano Celentano, Claudia Mori, Marco Columbro, Ernesto Giunti, Gino Santercole, Felice Andreasi, Marina Arcangeli
Riesce difficile prevedere che il pubblico, soprattutto giovanile e d'udito forte, non faccia festa a questo film matto come il protagonista, con cui lo stesso Celentano s'identifica, e dove antichi e recenti modelli di cinema, fusi con umoristica sciatteria, concorrono nella frenesia del rock a uno spettacolo, assolutamente intollerabile ai dispeptici, che rompe la monotonia di quelli solitamente inflittici dagli italiani sugli schermi. Nessuno dice che Geppo il folle è un capo d'opera. Si dice soltanto, e non è affatto poco a questi scuri di luna, che talvolta è un tale delirio di immagini e frastuoni da elettrizzare anche i nonnini. D'un autosarcasmo che compensa l'irritazione per l'esibizionismo di Celentano, e tanto scombiccherato da rispecchiare allegramente la nostra schizofrenia.
Chi è Geppo? Un cantante milanese spavaldo e megalomane, che si considera il più forte del mondo, pari soltanto a Barbra Streisand, adorato dalle folle e servito come un re. Appunto volendo andare in America a cantare con la Streisand, prende lezioni d'inglese da una Gilda che per ora lo smusa e lo sfotte, a differenza di quante, appena lo vedono, svengono d'amore. Ma Gilda non è la sola a non lasciarsi incantare. Tre giovinastri vogliono addirittura fargli la pelle, e sembrerebbero riuscirci, la notte dell'imminente Capodanno, se si realizzasse l'infausta ipotesi avanzata dal film, che torna utile a Geppo per predicare, a fini elettorali in un nuovo «discorso della montagna», contro la violenza dei nostri tempi e per invitare i giovani a unirsi nella rivoluzione dell'amore. Nessuno lo segue, ma il matto, in una capanna sulla neve, può finalmente stringere fra le braccia la Gilda convertita, e prendersi la rivincita in un fragoroso concerto nello stadio di Novara. Conquistata la donna, Geppo ha però il cuore di abbandonarla. Baciando la hostess dell'aereo che lo porta in America si conferma un crudelissimo schiavo del successo, un despota ingrato che calpesta l'amore...
Il filo vago del racconto, e l'eventuale autocritica cui Celentano si abbandona giocando col proprio mito (ma cercando di rafforzarlo col fare la parodia di se stesso), sono meno interessanti della struttura dissociata del film, di quel cocktail di goliardia, scemenza e talento che evoca un surrealismo da balera ma anche certe memorie del cinema d'avanguardia. Cui corrisponde uno stile - persino il montaggio è molleggiato - che sublima il pasticcio nell'estasi manicomiale, con zoommate a ritmo di musica, obiettivi deformanti, inquadrature sbilenche.
Sicché Geppo il folle, un film molto convenevole, per la sua sfrenatezza, scritto e diretto contro tutte le regole della buona confezione e della nobile noia, ha in Claudia Mori un'attrice dal sorriso mirabile, in Celentano un mattatore che almeno una volta, nel tango di Capodanno, tocca il geniale, in tutto il suo clan un bel coro di buffi e di sculettanti donnine.
Giovanni Grazzini da Il Corriere della Sera, 23 dicembre 1978
IN COLLABORAZIONE CON LA CINETECA LUCANA
SABATO 6 SETTEMBRE ORE 20,30
APERITRAILER: I TRAILER DEI FILM CHE VEDREMO A CINEFORUM ODEON E FILMSTUDIO
E, di seguito, alle ORE 21,00
UOMINI CONTRO, di Francesco Rosi, Italia 1970, con Gian Maria Volonté, Pier Paolo Capponi, Alain Cuny, Franco Graziosi, Mark Frechette, Stavros Tornes, Nino Vingelli, Mario Feliciani, Emilio Bonucci, Daria Nicolodi, Antonio Pavan, Spartaco Conversi, Giampiero Albertini
Nel corso della prima guerra mondiale, i soldati del generale Leone, dopo aver conquistato, lasciando sul terreno tremila caduti, una cima considerata strategicamente indispensabile, ricevono l'ordine di abbandonarla. Poi l'ordine cambia: occorre che la cima venga di nuovo tolta al nemico. Gli austriaci, però, vi si sono saldamente insediati e la difendono accanitamente con due mitragliatrici. Gli inutili assalti, nemmeno protetti dall'artiglieria, si susseguono provocando ogni volta una strage tra gli attaccanti. Stanchi di essere mandati al massacro da un generale tanto incompetente, quanto stupidamente esaltato, una parte dei soldati inscena una protesta: il generale Leone ordina, come risposta, di punirli con la decimazione. Costretti ad uccidere o ad essere uccisi da uomini come loro, vittime dello stesso mostruoso ingranaggio, i soldati italiani, in gran parte ex contadini, rivolgono la loro fiducia a quei pochi ufficiali - come i tenenti Ottolenghi e Sassu - che giudicano quella e tutte le guerre come inutili stragi. Ma il primo muore, nel tentativo di impedire il massacro dei suoi uomini, mentre Sassu viene condannato alla fucilazione per essersi opposto a un ordine iniquo di un suo superiore.
Sulle orme di G.W. Pabst (Westfront 1918), Lewis Milestone (All’ovest niente di nuovo) e Stanley Kubrick (Orizzonti di gloria), Francesco Rosi firma una tragedia bellica tratta da Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu. L’anno va dalla fine maggio 1916 all’estate 1917, l’altipiano è quello di Asiago: la guerra di Lussu è la discesa all’inferno, non privo di prospettive grottesche, di un giovane interventista che scopre le battaglie e gli eroi molto diversi da come li immaginava. Nel film il resoconto di Lussu (definito da Mario Isnenghi «il vertice politico, nella diaristica italiana, del processo di dissacrazione della grande guerra») diventa un racconto oggettivo in cui il narratore stesso si trasforma in protagonista: tanto che Uomini contro si conclude con la sua fucilazione in una scena che rappresenta un omaggio al Visconti di Senso. Si pensa anche a Addio alle armi di Ernest Hemingway per il disgusto che accomuna Frederick Henry al tenente Sassu: tranne che quest’ultimo non taglia la corda, ma accetta fino in fondo la logica della follia. Il film è articolato in grandi scene di forte evidenza drammatica, dove campeggiano il ribelle Gian Maria Volontè e il pomposo generale Alain Cuny, l’isterico maggiore Franco Graziosi e il rassegnato Pier Paolo Capponi: solo Mark Frechette, nella parte di Sassu, appare qualche tono sotto. Ma l’opera ha una forza dirompente nei confronti di tabù militaristi non solo italiani (Orizzonti di gloria non è mai uscito in Francia) e una sicura efficacia spettacolare. Tullio Kezich,
« Per Uomini contro venni denunciato per vilipendio dell'esercito, ma sono stato assolto in istruttoria. Il film venne boicottato, per ammissione esplicita di chi lo fece: fu tolto dai cinema in cui passava con la scusa che arrivavano telefonate minatorie. Ebbe l'onore di essere oggetto dei comizi del generale De Lorenzo, abbondantemente riprodotti attraverso la televisione italiana, che a quell'epoca non si fece certo scrupolo di fare pubblicità a un film in questo modo. » Francesco Rosi
IN COLLABORAZIONE CON L’ISTITUTO CINEMATOGRAFICO “LA LANTERNA MAGICA” L’AQUILA
Per tutte le notizie sul MISSIN FILM FESTIVAL è ora possibile anche visitare il nuovo sito internet all'indirizzo:
www.odeonline.it.
Maggiori informazioni si possono avere telefonando alla Società Generale di Mutuo Soccorso al numero 0444.546078 oppure via e-mail:
sgms@sgms.it.